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Il vitto dei braccianti
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Sarchiatura
Sarchiatura

Il vitto dei braccianti era parte integrante della "paga" giornaliera, quest'ultima determinata sulla base di vari fattori: appunto la fornitura o meno del vitto, lo sforzo fisico richiesto dal lavoro da eseguire, il sesso e l'età del prestatore d'opera (la paga degli uomini era in ogni caso più alta di quella delle donne e degli adolescenti), l'abbondanza o penuria di lavoro.

Con il vitto a carico del lavoratore, il datore di lavoro si limitava a fornire solo il vino (in tempi relativamente recenti un paio di litri al giorno).
Con il vitto a carico del padrone, invece, questi era tenuto a passà la spesa, mettendo a disposizione del bracciante sia il vino, sia il cibo occorrenti nella giornata.
Durante la mietitura, il vitto era sempre a carico del padrone.
Tempo addietro, si pattuiva perfino se il pane dovesse essere dato razionato oppure in quantità sufficiente a soddisfare l'appetito del singolo lavoratore.
Nel primo caso, la quantità di pane da consumare era affidata alla discrezionalità ed alla benvolenza del padrone, il quale, durante i pasti, era solito tenere tra le gambe una pagnotta di enorme pezzatura (ve n'erano anche di oltre dieci chilogrammi) da cui, di tanto in tanto, tagliava una fetta consegnandola a chi ne fosse rimasto senza.
Nel secondo caso, era consentito al bracciante mangiare pane a scascij' (a sazietà).
Tantissimi anni fa, il cibo fornito ai braccianti era assolutamente insufficiente.
Per coloro che eseguivano i lavori di sarchiatura e di diserbo alle dipendenze dei grossi proprietari terrieri, essa consisteva in un mestolo di cicc' cuott' (chicchi di granturco lessati), ed in una fetta di pane.
Solo più tardi si passò ai tre pasti giornalieri (colazione, pranzo e cena), che, in tempo di mietitura, diventano quattro con l'aggiunta della merenda.
Quando la minestra veniva data la sera, le contadine più povere preferivano portarsela a casa per dividerla con i propri familiari.
Col pretesto di non fare ubriacare i dipendenti, ma in realtà per risparmiare, alcuni padroni aggiungevano al vino dell'acqua; altri lo ponevano in fiasche (barilotti) così grandi e pesanti che bere a garganella - come voleva la consuetudine - diventava piuttosto faticoso; altri, infine, riducevano la portata del cannicchij' (cannello) applicato alla fiasca (barilotto) facendo ricorso alla cosiddetta civetta.
L'accorgimento consisteva nell'introdurre nel cannello, dalla parte che andava conficcata nel foro della fiasca, uno stelo di grano disposto a "V", praticando al contempo nella parte opposta uno spacco in senso verticale.
Ne conseguiva che se si beveva a garganella, il flusso del vino veniva intralciato dalla presenza dello stelo di grano; se si provava a succhiare, stringendo le labbra al cannello, si aspirava l'aria che entrava attraverso la fessura.