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Vita di pastori
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Un pastore
Un pastore
calitri tradizioni
Un tempo, le campagne calitrane erano densamente popolate di famiglie con il loro piccolo podere da coltivare, o da campesi che avevano grandi estensioni di terreno e alle loro dipendenze decine di persone per la tenuta dei campi e decine di pastori la cura del bestiame, soprattutto ovini.
Gli ovini, infatti, si riproducono due volte l'anno, e, per la lana, il latte e le carni prodotte, costituiscono uno degli allevamenti più redditizi.
D'estate, inoltre, i proprietari di campi si consociavano per ospitare per tre o quattro notti un gregge di pecore raccolto entro grandi recinti di reti (jazz'), gregge che veniva sistematicamente spostato fino a coprire tutto il campo interessato.
Grazie agli escrementi ovini (curtiglia), infatti, aumentava la probabilità di fare un buon raccolto.
Il pastore viveva una vita di stenti, era trasandato, la barba incolta, i capelli folti, avvolto nel ruvido e rude p'rzon' (cappotto ricavato da pelle di pecora, privo di maniche), perennemente alienato nel suo mondo di solitudine, quasi allo stato primitivo, analfabeta, povero, e sfruttato dal padrone.
Per il pastore, l'anno aveva due sole stagioni: l'estate, in cui rimaneva col gregge nei pascoli locali; l'invero, durante il quale trasmigrava col suo gregge verso i pascoli del Tavoliere percorrendo i trattur' (sentieri di campagna), per sfuggire all'inclemenza del clima.
Se si trattava di piccoli greggi, d'inverno restavano chiusi nell'ovile presso la masseria (panizza).
I pastori che si spostavano spesso verso nuovi pascoli, si costruivano dei pagliai (pagliar' a scasatur'), fatti con paglia di stoppie (curm'), costruiti su due assi di legno a forma di barella e perciò facilmente trasferibili da un posto all'altro.