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Uva
Per scegliere il luogo più adatto alla coltivazione dell'uva, anticamente si faceva rotolare una fiasca (contenitore a forma di piccola botte) giù per un terreno: laddove la "fiasca" si fermava - segno di un tratto più o meno pianeggiante - si poteva impiantare la vigna (in caso di pioggia, l'acqua non sarebbe subito scivolata via, sarebbe penetrata a fondo nel terreno).
Scelto il luogo, si procedeva a fare la scatèna (scasso), e si piantavano i maglioli (magliol'), tralci di vite nostrana privi di radici.
Dopo lo sviluppo della fillòssera - insetto proveniente dall'America che distruggeva le radici - si affermarono (verso il 1930) le barbatelle (tralci di vite selvatica con le radici già formate), su cui veniva innestata la vite nostrana (generalmente tr'gnarul'), e - cresciute le viti - si faceva l'impianto del vigneto.
L'impianto veniva effettuato tramite pali di legno collegati da fil di ferro, a formare un p'r'hu'let' (pergolato), oppure legando (l'hà) ogni vite a tre canne, poste a forma di treppiede.
L'anno seguente, quando la vigna era avviata, si procedeva alla potatura (p'tà); la salamenta (sarmenti) restante ed i germogli di vite (pùgghij') si legavano (azz'gghià) ai pali o alle canne.
Veniva poi - quando le viti erano ancora in germoglio - passato lo zolfo ('nz'rfà) per prevenire l'oìdio, ed in seguito - a viti adulte - spruzzato (p'mpà) il solfato di rame (p'triuol') contro la pr'nospra (questi trattamenti venivano ripetuti per i primi tre o quattro mesi di ogni anno; l'ultima pompatura ).
Il terreno si zappava a più riprese (la prima volta tale operazione era detta zappà; la seconda sciasc'tà; la terza t'rzià).
Verso Ottobre/Novembre, si vendemmiava (vr'gnà): con le forbici (fuorf'c') si tagliavano i grappoli (penn'l') di uva e si riponevano nei tini.
L'uva veniva poi riposta poi nei tini (t'niegghij'), pigiata coi piedi (p'stia'), e lasciata fermentare (a 'rvogghij') nelle botti (butt') per 7-8 giorni.
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L'uva, appena raccolta, viene riposta in piccoli tini per il trasporto
L'uva, appena raccolta, viene riposta in piccoli tini per il trasporto
Raccolta dei grappoli
Raccolta dei grappoli
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Trascorso questo tempo, la parte più liquida del mosto veniva conservata in altre botti (e diventava vino), mentre quella più densa (raspaglij' e coff'l') veniva pigiata ulteriormente nel torchio (torchij'), dove, infine diventava v'nazza (vinaccia).
La vinaccia si portava a vendere allo spir't' (fabbrica sita alla Croce che, dalla vinaccia, ricavava lo spirito per i liquori), e, una volta che lì era stata pressata dalle macchine, le persone vi si recavano e, strofinando (sfruculà), ricavavano i gragghij' (i semi dell'uva), da dare in pasto ai maiali.
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Le specie di viti (da tavola e da vino) più diffuse a Calitri sono:
barbarossa (baresana), sang'nella (sanginella), tr'gnarul' (varietà di aglianico), canosa (uva di troia), cinguli (varietà di trebbiano toscano), capegghij' r' vacca (mennavacca), m'scat'llon' (varietà di uva alessandrina), cistiles' (coda di volpe), colatamburr' (bombino bianco), santa s'fìa (santa sofia)