| Nel 1892, Benedetto Croce pubblicò un saggio
dedicato al brigante Angelo Duca, meglio conosciuto come Angiolillo,
nato nel 1734 a San Gregorio Magno (provincia di Salerno),
che compì molteplici e spesso ardite imprese tra la Campania
interna e la Basilicata, spingendosi frequentemente anche
in Puglia. |
| In Irpinia, fu più volte a Calitri, dove
poteva contare su numerose amicizie e protezioni. |
| Oggetto dello studio, come sempre limpidissimo
nello stile, non è solo l’elemento storico (la vicenda del
bandito è puntualmente analizzata alla luce del clima politico
e sociale di fine Settecento), ma anche l’alone leggendario
che subito avvolse Angiolillo: “nella folta storia del brigantaggio
nelle nostre provincie - leggiamo in proposito nell’introduzione
- non solo si trovano, di tratto in tratto, gli sparsi elementi
di bontà, di generosità, di eroismo, ma s’incontra anche un
brigante, che pare, addirittura, l’incarnazione storica di
Roque Guinart [bandito gentiluomo incontrato da don Chisciotte].
E questo brigante è Angiolillo, del quale il popolino legge
ancora la storia in versi [...] e ancora dura viva la memoria
nei luoghi che lo videro nascere, e se ne parla come di un
uomo straordinario”. |
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| Al servizio dell’andrettese Freda |
| Angiolillo si diede alla macchia per sfuggire
alla persecuzione del duca di Martina, che lo voleva punire
perché aveva sparato, senza colpirlo, ad un suo prepotente
guardiano: “ai nostri tempi -commenta in proposito Croce-la
giustizia sarebbe intervenuta prontamente: Angelo, pel suo
colpo di fucile, nel peggior caso, avrebbe avuto qualche mese
di carcere, e tutto sarebbe finito lì. |
| Ma, allora, era lasciato in preda all’arbitrio
e vendetta d’un signore, che si riputava personalmente offeso;
e intanto, le montagne del suo paese, selvagge e a lui note,
gli offrivano uno scampo sicuro”. |
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| Maturata la decisione di diventare fuorilegge,
dapprima entrò nella banda dell’andrettese Tommaso Freda, particolarmente
noto e temuto per le sue abilità di “tiratore”. |
| Quindi, dopo soli otto mesi di efficace apprendistato,
pensò bene di mettersi in proprio, alla testa di una nuova e più
agguerrita comitiva, composta da circa venti uomini ben armati e
pronti all’assalto. |
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| Le imprese di Calitri |
| Angiolillo fece subito parlare di sé e non
certo per la ferocia: “dovunque andasse - dice Croce- largheggiava
di elemosine, comprava grani, e li distibuiva alle misere plebi
di quei miseri luoghi, dotava le povere fanciulle da marito”. |
| La gratitudine popolare fu subito cantata
in versi epici, come quelli che ricordano l’estorsione subita dal
sacerdote calitrano don Nicola Berrilli, che dovette versare ad
Angiolillo una cospicua somma poi utilizzata per distribuire grano
ai poveri: Col qual ne comperò tutti frumenti,/e poi con mendici
accompagnato,/ai plebei, a poveri, a pezzenti;/tutto lui dispensò
per caritate./E così per massarie e per potenti,/che il grano raccoglieva
l’estate:/e, se uscia a quindici la voce,/lui lo basciava ad undici
la voce! |
| Ancora a Calitri, Angiolillo compì una delle
sue gesta più memorabili. Sapendo che quello era uno dei luoghi
da lui più frequentati, nella primavera del 1783 il Preside del
Principato Ultra vi inviò una nutrita squadra di “fucilieri di campagna
e di montagna” con lo scopo dichiarato di snidarlo e finirlo una
volta per sempre. |
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